Caregiver *: una lettera d'amore.
- Cristina Rotellini
- 30 nov 2020
- Tempo di lettura: 4 min

Di questo piccolo esercito silenzioso non si sa molto. Perché a noi non piace parlare di noi.
In questo momento però io sento il dovere e la voglia di pensarvi. Di scrivervi e farvi sapere che io vi sento. Ho bisogno di unire la mia solitudine alla vostra, voi che siete là da qualche parte nel mondo. Invisibili a molti, ma presenti e instancabili. O perlomeno così ci piace pensare di essere.
"Faccio questa ultima cosa e poi mi riposo. Sto ancora un altro po' qui con lei e poi vado a farmi una bella doccia, giuro."
E poi, invece, non mi riposo quasi mai, piuttosto crollo nella vecchia poltrona che è diventata ormai un secondo letto di fortuna. E vi vedo, tutti lì a farvi la doccia con il timer, quando capita, tra la prima medicazione e l'ora delle medicine, dopo aver messo la terza lavatrice, a cavallo fra una bolletta che scade e l'orologio che corre. Perché anche io sono lì, come voi.
L'eco della nostra voce ci parla nella testa tutto il giorno, spesso é la sola compagnia che abbiamo.
Siamo abituati a essere un po' soli, ma in questo momento forse lo siamo ancora di più.
Il lockdown ha intaccato i nostri già instabili salvagente.
Il caffè con l'amica che ci salvava la giornata non c'è, il mondo combatte un mostro più grande delle nostre quotidiane difficoltà e ogni richiesta di aiuto ci sembra che cada nel vuoto.
Vuota ci sembra a volte la nostra esistenza, abituati a prenderci cura di chi non può più farlo da solo, ma non di noi stessi.
Non ci chiediamo 'come stai' perché temiamo la risposta.
E quando ce lo chiedono rispondiamo quasi sempre bene. O diciamo la verità , ma ci premuriamo di coprirla subito con frasi-cerotto, tipo "..ma insomma mi accontento/ resto positiva / le cose mi sembrano migliorare."
Siamo stanchi eppure dormiamo male. Lavoriamo tutto il giorno, facciamo sempre gli straordinari e non ci sono ferie, né retribuzione.
Non ci fa schifo né imbarazzo più niente, perché ci siamo abituati ad avere a che fare con la realtà ruvida e nuda delle cose. La nudità delle persone. Che non è la nudità fisica del corpo, ma quella dell'anima e della dignità , del dispiacere e della vergogna, della perdita dell'indipendenza. Nostra e loro.
Chi un tempo ci ha cresciuto ora ha bisogno di noi per cambiarsi il pigiama, lavarsi o portarsi la forchetta alla bocca. E non sappiamo dire a chi fa più male tutto questo: se a noi, guerrieri fragili senza scudo, o a loro, anime delicate di un mondo al tramonto.
Ogni tanto ci guardiamo allo specchio ma non ci troviamo, abituati come siamo a portare quel bel sorriso appeso alla faccia, per celare il dolore e regalare luce a chi sta peggio di noi.
Ci guardiamo bene dal piangere e dal farlo di fronte a qualcuno, lo facciamo in un angolo
in disparte e comunque solo per il tempo strettamente necessario. Ci sentiamo quasi in colpa per quelle lacrime, abituati a vedere la sofferenza di chi ogni giorno lotta con la disabilità , la malattia, la vecchiaia, la paura di essere arrivati alla fine.
Siamo dentro alla ruota che gira, persi dentro una vita non ci riconosce più, tanto sono labili i confini tra quello che siamo e quello che facciamo. Abbiamo paura di restare a piedi.
Così odiamo noi stessi perché non facciamo di più, perché non otteniamo più risultati e non raggiungiamo più obiettivi, come chi non ha dovuto scegliere di ritrovarsi così, come una giovane vecchia che ha parcheggiato sé stessa sul retro. In divieto di essere e desiderare.
Se non fosse per quella flebile voce lontana, che mi ricorda che questo amore senza riserve é il più prezioso regalo da poter vivere nel viaggio della vita, forse non sarei cresciuta così tanto nella consapevolezza e nel rispetto delle altrui scelte e libertà .
Forse ora vivrei nell'Ego, nel giudizio e nella povertà di spirito.
Forse essere un punto di appoggio, un aiutante invisibile, mi ha insegnato cosa significa vivere con un scopo profondo, che va oltre l'autoaffermazione e la ricerca di una ricompensa.
La carriera di un caregiver é un giro a vuoto. Non si ambisce alla promozione e la sola speranza per il nostro caro é di non fare passi indietro né farne troppi avanti...
Non esiste pensiero logico che ci aiuti ad immaginare cosà ne sarà di noi e di loro nel futuro.
Non ci pensiamo, ci aggrappiamo al presente, che a volte sono briciole, ma sono briciole di un pane buono. Fatto in casa. E ce lo facciamo bastare.
E se questo triangolo di vita a volte ci sta stretto, concediamoci di arrabbiarci, di urlare la nostra frustrazione. Non saremo persone cattive, ci servirà a sentirci esseri umani ancora vivi, meno annichiliti, meno soli. Ci sembrerà di aver conservato quel seme di sano amor proprio che temevamo aver perso per sempre.
* 'Il caregiver familiare è colui che si prende cura – al di fuori di un contesto professionale e a titolo gratuito – di una persona cara bisognosa di assistenza a lungo termine in quanto affetta da una malattia cronica, da disabilità o da qualsiasi altra condizione di non autosufficienza.'
Fonte: www.osservatoriodiritti.it
